Stars & Stripes: Alla scoperta dell’America sportiva (seconda parte)

Durante il mio soggiorno statunitense ho avuto la possibilità di visitare due luoghi fondamentali per lo sport a stelle e strisce, dei veri e propri “templi” per gli appassionati americani e non. Per raccontarvi della mia esperienza non mi atterrò all’ordine cronologico, ma parlerò in primo luogo della meta più nota delle due, che parecchi turisti visitano anche senza essere grandi conoscitori di baseball. Si tratta dello Yankee Stadium, la casa dei New York Yankees, la franchigia professionistica più titolata di tutto lo sport statunitense, con i loro 27 titoli di “campioni del mondo” (si sa, gli americani sono un po’ megalomani!)

Da bravo turista, il mio viaggio è iniziato con la visita guidata dell’impianto, aperto nel 2009 per sostituire il vecchio Yankee Stadium, che si trovava esattamente dall’altro lato della strada rispetto alla posizione attuale. Infatti dovete sapere che nel 2006, quando i lavori per la costruzione del nuovo stadio iniziarono, la proprietà decise anche di abbattere quello vecchio, ormai considerato troppo scomodo per un pubblico moderno, con pochi servizi per i tifosi e, soprattutto, con pochissimi sky box per i portafogli più gonfi. Tenete presente che l’originale Yankee Stadium venne aperto nel 1923 e da allora aveva ospitato non solo la squadra più vincente di sempre, ma aveva fatto da cornice ad altri importantissimi eventi, sportivi e non, come diversi incontri di boxe e visite pubbliche di tre diversi pontefici. Una specie di monumento nazionale: è come se in Italia decidessero di abbattere il “Giuseppe Meazza” a Milano perché troppo vecchio e poco funzionale! Nessuno prenderebbe in considerazione questa ipotesi, ma negli States il business è più forte di tutto: quantomeno il nuovo stadio è stato costruito in maniera quasi del tutto identica rispetto al precedente, ovviamente con sedili più comodi, molti più ristoranti e tantissimi sky box!

Il tour inizia nella Great Hall, un enorme spazio interno adornato con gigantografie dei più grandi campioni della storia degli Yankees. Si prosegue all’interno di un piccolo museo della squadra, dove sono tenuti moltissimi oggetti fondamentali per la franchigia newyorkese, come cimeli appartenuti a Mickey Mantle, Babe Ruth e Lou Gehrig, gli anelli commemorativi dei diversi titoli e i trofei delle World Series. Ma la parte veramente unica della visita arriva dopo, quando si scende nel cosiddetto Monument Park, una specie di museo a cielo aperto situato dietro al campo di gioco, dove si trovano le placche commemorative di tutti i più grandi Yankee di sempre, sia viventi sia deceduti, nonché la rappresentazione di tutti i numeri ritirati. Il tour si conclude con la discesa nel dugout della squadra di casa, la panchina dove stanno i giocatori e gli allenatori durante le partite.

Naturalmente il mio viaggio non poteva finire con una mera visita pomeridiana dell’impianto: la sera stessa si sarebbe giocata l’ultima partita di regular season, tra l’altro contro gli arcinemici dei Boston Red Sox. Casualmente avevo un paio di biglietti in tasca e il mio grande desiderio di assistere ad una partita dei miei beniamini si stava per realizzare! Mi mancava solo una cosa: la maglia del capitano degli Yankees, un’autentica leggenda vivente del baseball, Derek Jeter. Una volta acquistata e prontamente indossata l’agognata maglia numero due ero prontissimo per gettarmi nell’atmosfera della partita!

Di certo non sono rimasto deluso: una folla festosa stava invadendo lo Yankee Stadium, niente a che vedere con il tipico clima del calcio nostrano, dove l’atmosfera è molto più cupa. Nessun problema all’ingresso, nessun tornello, nessuna coda, pochi secondi ed ero all’interno della Great Hall, stracolma di persone con magliette, cappellini e ogni tipo di gadget della squadra di casa. Ma c’erano anche diversi sostenitori della squadra ospite, ovviamente mischiati con tutti gli altri, non esistono settori ospiti negli States, non c’è nulla da temere anche durante le trasferte.

Il mio posto non era da meno: poltrona comodissima con porta-bibita annesso, con addetti preposti a portarti cibo e bevande in qualsiasi momento (di certo non a prezzi stracciati, ma siamo pur sempre a New York!), visuale perfetta su tutto il campo. Durante la partita, l’esperienza non cambia per niente: pubblico caldissimo, tifo sempre e comunque a favore dei propri beniamini e mai contro l’avversario, senza particolari isterismi, nonostante la partita sia fondamentale per portare a casa il titolo di divisione.

L’incontro non inizia nel migliore dei modi: gli ospiti si portano subito in vantaggio per 1-0, ma i Bronx Bombers non fanno attendere la loro reazione e si portano in vantaggio con un fuoricampo da tre punti. Da allora Jeter e compagni non si guardano più indietro e chiudono la partita con un confortevole risultato di 14-2, mettendo le mani sul titolo della AL East, conquistando anche il miglior record della lega e il fattore campo per i playoff. Pubblico in visibilio per la vittoria e degna conclusione della stagione regolare sotto le note di “New York, New York” di Frank Sinatra.

Per me una serata veramente indimenticabile, un’esperienza che da tanto tempo avrei voluto vivere, che non ha minimamente deluso le aspettative, ma anzi mi fa rimpiangere il fatto di non poterla rivivere ancora nel breve periodo. In futuro chissà… di certo un’esperienza fantastica che raccomando a tutti, appassionati di baseball e non, perché l’atmosfera di grande festa che si respira in questo stadio è qualcosa di magico. Non perdetevi domani l’ultima parte del mio racconto: non solo si cambierà sport, ma si cambierà anche stato!

Alberto Garilli

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